mercoledì 15 febbraio 2012

Inchiesta Com'è finita San Patrignano ????




di Roberto Di Caro

Prima, un buco da venti milioni di euro, causato dai mille sprechi e della villa hollywoodiana del figlio di Muccioli.

Poi l'arrivo di Letizia Moratti che ci mette i soldi ma si prende tutti i poteri. E ora fa 'il sindaco' di questa cittadella di 1.250 abitanti(15 febbraio 2012)

In otto smontano il sontuoso caminetto nel salone dieci per dieci, altri scorticano le colonne dei loro rivestimenti, ridisegnano tubature e impianti, erigono muri di mattoni e cartongesso a ridosso delle pareti sbalzate ad arte.

La ristrutturazione di questa villa di 2 mila metri quadri costata uno sproposito - destinata in origine ad Andrea Muccioli, a suo fratello Giacomo, alla madre Antonietta e al figlio di un altro dei fondatori della comunità, mai abitata e ora frazionata in 20 appartamenti - è l'emblema di una ben più radicale ristrutturazione della comunità di San Patrignano. La cacciata di Andrea, in agosto.

Poi un autunno travagliato, fra i conti in rosso, i mal di pancia di molti responsabili dei settori di lavoro, un corposo intervento anche finanziario di Gianmarco e Letizia Moratti, fin dalle origini pilastri di San Patrignano che hanno sovvenzionato con 286 milioni di euro.

Con fatica, la nuova governance si è infine assestata attorno a un Comitato di gestione di sei persone e un Comitato sociale di nove.
Ha rivoltato come un calzino meccanismi decisionali e criteri di priorità.
E prepara altri cambi di rotta, nelle iniziative commerciali e nella gestione dei 1.250 ragazzi ospitati qui sulla collina sopra Riccione e nelle due strutture satelliti della vicina Botticella e, in Trentino, San Vito Pergine.

Nessuno ha mai fatto professione di pauperismo, tanto meno il romagnolo Vincenzo Muccioli.
Ma la villa, costruita entro i confini della comunità abbattendo la casa del fondatore ormai pericolante, consta di due corpi su due piani in declivio verso piscina, parco, piante esotiche e viale d'accesso indipendente.
Un cantiere infinito, se Giacomo Muccioli rompe col fratello e se ne va già nel 2007 (tornerà solo dopo la cacciata di Andrea, al meeting "Wefree" di ottobre e per Natale).

Possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, neanche i Moratti cui era stato destinato un alloggio accanto a quello di Antonietta e che vi avevano mandato i loro architetti?

"Vedevamo il viavai di camion, ma non era strano, San Patrignano è da sempre un cantiere aperto.
E quell'area era cintata", se la cava Franz Vismara, 55 anni, ora a capo del Comitato di gestione.
Benché il vanto e il mantra della nuova governance sia condivisione e partecipazione e democrazia e collegialità, Franz è percepito da tutti come l'uomo forte.
Oltre Gianmarco e Letizia, s'intende. Muccioli lo conobbe proprio tramite i Moratti: a Milano frequentava anarchici praticando yoga e zen, è qui dall'81 non per droga ma per la voglia di vivere in comune.

Dalla mungitura alla gestione amministrativa: nel '94 del processo a Muccioli per concorso nell'omicidio nella porcilaia di uno dei ricoverati, anche Franz, all'epoca chioma nera imbrillantinata, finisce in galera una settimana per favoreggiamento, senza seguito.
Negli anni di Andrea ha la responsabilità dell'amministrazione e dei rapporti con le istituzioni.

Nello scontro del 18 giugno, che dà inizio al ribaltone culminato il 26 agosto, Vismara è in minoranza tra i cento responsabili della comunità e si prende uno schiaffo da Antonietta, 76enne vedova di Vincenzo, che però resterà qui e gira regolarmente tra i ragazzi.

Tiene duro nel successivo marasma quando, ricorda Osvaldo Petris responsabile grafiche anche lui nel Comitato di gestione, "le posizioni cambiavano da una settimana all'altra, regnava l'incertezza, le emozioni in campo erano violente".

Se ne vanno in pochi: "Fino all'ultimo abbiamo tentato, anche con i Moratti, di evitare la frattura con Andrea. Finché non sono venuti a galla i bilanci", racconta Vismara.
La ricostruzione avversa è invece che da metà giugno i Moratti, con parte del vertice di San Patrignano, decidono di far fuori Muccioli, e solo le resistenze interne ritardano la resa dei conti:
motivi, il progressivo deteriorarsi della fiducia, non ultimo screzio lo stop di Andrea a inserire in qualche ruolo il giovane Gabriele Moratti, il "Batman" della storia del loft milanese arredato a bat-caverna e regolarizzato dalla madre sindaco.
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I conti però non erano più sostenibili.

Il bilancio era certificato da Pricewaterhouse, persino in via di miglioramento, con una perdita d'esercizio 2010 di 837 mila euro contro oltre 4 milioni dell'anno prima (costi, ricavi e sovvenzioni del 2011 nel riquadro a lato). "Il dramma erano i debiti scaduti verso i fornitori più disparati: 22 milioni.

Quanti per la villa? Un po' più di 10". Chi parla, assaporando il carpaccio di tonno alla elegante Pizzeria Sp.accio dove la sera arrivano clienti da tutta la costa romagnola, è Luigi Serafini.
Giacca, cravatta e baffi ordinati, il commercialista di Gianmarco Moratti è arrivato a San Patrignano a luglio per passare al setaccio i conti, sta qui tre giorni a settimana e siede nel Comitato di gestione insieme a due altri colleghi dello stesso studio Caramanti e Ticozzi, esperti di commerciale e fiscalità:
"Non mi aspettavo un buco del genere.

E neppure i Moratti, anche se qualcosa immaginavano", racconta.

Andrea se ne va con 80 mila euro, cifra minima considerando che lascia tutti i beni donati dalla sua famiglia alla Fondazione.

E i 22 milioni di debiti?
Coperti da fund raising e donazioni come ogni anno altri 22 sui 37 di spese, gli altri 15 essendo proventi delle attività di San Patrignano?

Serafini sorride e fa il gesto con pollice e indice: li ha tirati fuori Moratti, altro che fund raising.
E Letizia s'è dimessa dal consiglio Comunale di Milano "per dedicarmi a San Patrignano". Ora a Serafini tocca riportare in ordine i conti, con 313 dipendenti e 109 volontari. Si chiama ristrutturazione, comporta tagli, risparmi, la razionalizzazione dei 55 settori produttivi e formativi, sviluppando i più redditizi come la floricoltura e limando i più dispendiosi, tipo i fabbri.
La villa dello scandalo " è stata però solo l'ultima goccia.

La megalomania di Andrea aveva squilibrato la comunità, ponendo in primo piano attività che con il recupero non c'entravano", attacca Antonio Tinelli, a capo del Comitato sociale, l'altro corno della new governance.

Tinelli ha 40 anni, Vincenzo non lo ha mai conosciuto, a San Patrignano è entrato nel 2001: laurea in economia, promotore finanziario, era affondato nella cocaina. Percorso di recupero tra l'allevamento e il mangimificio, poi resta a lavorare nel settore accoglienza, diventa educatore, è tra i primi a mettere in discussione la passata gestione: fosse rimasto Andrea, lui se ne sarebbe andato.

"Meno business e più sociale: l'autosostentamento è garanzia di libertà, ma non possiamo pensare di fare concorrenza ad Antinori con 110 ettari di vigna e sei tipi di vino".
E che dire dei progetti di un campo da calcio con tribune ed erba sintetica che ci potrebbe giocare la Nazionale, o di alloggi wellness spa per i clienti del ristorante La Vite e i turisti che al maneggio vengono a fare equitazione?".

Dal che si capisce dove taglieranno.

Impossibile cancellare il Challenge Vincenzo Muccioli, miglior concorso ippico del mondo 2010 per la Federazione equestre. Vita corta ha invece la rassegna enogastronomica "Squisito":
"Coinvolgeva tutti nei due mesi di preparazione e 840 ragazzi a tempo pieno nei quattro giorni clou.
Per quelli entrati da poco era un rischio enorme l'invasione di 25 mila visitatori.
Bene aprirci all'esterno, ma siamo una comunità di recupero, non la Fiera di Rimini!", dice Carlo Forquet, dal Pci all'acido, dalla redazione di "Reporter" al buco, in comunità da vaccaro a responsabile della comunicazione. Le sue parole quasi si perdono per la musica e il fracasso che proviene dal grande auditorium a seggiole mobili così ci fai cinema e palestra, convegni, messa e kermesse esterne come quella in corso, una tre giorni della Mar Cremonini, anche 1.200 persone, o le presentazioni di Teddy abbigliamento. "Rendono, ma sono troppo invasive.
In futuro non più di un giorno a evento, massimo 200 persone", annuncia Franz Vismara, contrario alla bulimia di eventi.
Così però non si tagliano i costi.
"Bisogna razionalizzare in altro modo". Come?

Nel centro medico, 15 dottori, 26 infermieri e tutti gli ambulatori, spiega il responsabile Antonio Boschini, 55 anni, membro di punta del Comitato di gestione. Negli anni è cambiato tutto, tossici, patologie, percorsi terapeutici: "Sei ragazzi su dieci non si sono mai bucati, consumano ogni droga e alcol, l'emergenza primaria è psichiatrico-comportamentale, disturbi di personalità e di identità sessuale, non più infettiva: niente casi di Aids, un centinaio di sieropositivi contro i 600 di un tempo". I tagli? "Due consulenti di Economia medica segnalati da Letizia mi hanno mostrato come cambiando i turni possiamo rinunciare a 3-4 infermieri, come i 95 euro al giorno dalle Asl di Roma e Rimini per assistere in casa-alloggio 50 terminali di Aids non coprano le spese, come sia folle dilapidare 24 mila euro l'anno di ossigeno per due malati senza domandare rimborsi per ingenuità o snobismo.
Prima io non chiedevo quanto spendevo, ora la musica è cambiata, siamo tutti chiamati a decidere su tutto"
InchiestaCom'è finita San Patrignanodi Roberto Di Caro(15 febbraio 2012)

E' la nuova San Patrignano tipo soviet: l'altra faccia dell'assunzione dei poteri d'indirizzo da parte dei Moratti, che stanno qui ogni weekend e in refettorio mangiano a turno ai tavoli dei settori di lavoro per informarsi su come va e cosa cambiare. Entusiasta perché "ora possiamo dimostrare di che pasta siamo fatti" è Monica Lippi, rapporti con cento comunità nel mondo. "Stremato dalle discussioni, non sempre pacifiche" si dichiara Boschini, che difende il nuovo corso.
Orgoglioso "che questa fase di cantiere sia gestita da noi e non da qualche esperto McKinsey" è Federico Samaden, fondatore della San Patrignano trentina, ma lui è un ugualitarista a oltranza, un socialista empatico, l'unico cui l'accenno ai soviet non suona ironico. Solo a qualcuno scappa detto:
"Prima, con Andrea che decideva tutto, sapevo almeno con chi prendermela...".

giovedì 15 dicembre 2011

BASTA RAZZISMO!!!

Cheikh Tidiane Gaye:
Oggi ho partecipato alla manifestazione di contestazione a Milano davanti alla Prefettura. Una presenza notevole di cittadini di ogni provenienza ha chiesto la chiusura della Casapound di Firenze e di tutti i luoghi fascisti. Mi unisco al dolore delle famiglie, degli amici e della comunità senegalese per la perdita di Modou Samb (40 anni), Mor Diop (54anni) e il ferimento di Mous...tapha Dieng (34), Sougou Mor (32) e Mbenghe Cheikh (42). Queste persone sono state vittime di una politica di esclusione, razzista e xenofoba. L’ennesimo atto che dimostra la regressione culturale del nostro paese, l’Italia, sul tema della multiculturalità, dell’intercultura e dell’integrazione. La ferita è profonda, la piaga, dopo sei secoli vissuti tra schiavitù e colonialismo, non si è ancora cicatrizzata. Le vittime sono persone con proprie storie ,che provengono da una civiltà dell’accoglienza secolare. In una società civile anche i cani hanno una loro dignità. I negri sono orgogliosi di essere NEGRI. Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto mandandomi messaggi solidali
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mercoledì 14 dicembre 2011

IL GERME DELLA FOLLIA : PROBLEMI DI CLIMA


Gianluca Casseri è il cinquantenne di Cireglio, periferia di Pistoia, che ieri a Firenze ha sparato contro cinque senegalesi. Una strage organizzata, stando alle ricostruzioni, pensata con cura. Casseri ha inseguito le vittime, colpendole con precisione a distanza. E ha rischiato di spargere ancora più sangue.

La cronaca racconta di morti e feriti, panico, sgomento. Della conseguente rivolta civile di africani e centri sociali, e della solidarietà del Comune, che pagherà il rientro in patria delle salme. Politica e intellettuali accusano CasaPound, l’organizzazione di destra in cui si riconosceva l’assassino, definito «teorico neofascista», ispirato «da Nietzsche, Jung ed Evola».

Un’azione in due tempi, quella di Casseri: al mattino in piazza Dalmazia, nel pomeriggio al mercato di San Lorenzo, dove commerciano extracomunitari di colore e negozianti fiorentini.
I primi smerciano prodotti africani di bellezza, fanno i dread e gestiscono qualche Internet point. Quegli altri contrattano sui loro capi di pelle e borse, che comprano soprattutto campani e calabresi, rivendendoli a prezzo triplo. Poi ci sono gli ambulanti, cogli accendini, gli immancabili fazzoletti di carta, i bracciali portafortuna e le calze di spugna. Corte o lunghe, vanno bene per la palestra, la corsa, il cambio: c’è la crisi. Tagli, debiti, recessione.

Hanno occhi neri questi ambulanti, corpi slanciati, atletici, resistenti. Spiriti forti.
La vita li ha abituati a peregrinare, ad arrangiarsi, consumarsi. Restano guardinghi, a Firenze: dietro Palazzo Medici, verso via Guelfa e nelle viuzze intorno al mercato di San Lorenzo. Non fuggono come i cingalesi nel centro di Roma, inseguiti dai vigili. Non urlano come i pakistani sotto i portici di Bologna o nei quartieri dormitorio di Milano; dove l’odore d’oriente trapassa le pareti, come le voci di donne ai fornelli, coi loro bimbi al seno o nel grembo.

Ieri Casseri stava appresso ad ambulanti, pistola 357 Magnum riposta e silente, prima del folle gesto. Si sarà sentito un giustiziere, si commenta su Internet e giornali. Ce l’aveva coi negri, abbagliato dal mito della razza, si legge. Ne immaginava una pura e cristiana, hanno scritto i cronisti, pescando sul sito Stormfront e altri distretti della rete: vetrine dell’estremismo destrorso e tifoserie del «pazzo» omicida.

Su Repubblica di oggi, Adriano Sofri ha scritto che l’insistenza sulla follia di Casseri, morto suicida, potrebbe sollevarlo dalla responsabilità di uomo. Di solito, intervenire a caldo su fatti del genere è conveniente, pur nell’imbarazzo. Sovente c'è prudenza o sentenza. Non di rado si sbaglia, però, per la foga d’individuare il capro, prescindendo dal contesto.

Le vittime di Casseri ricordano gli africani schiavizzati a Rosarno. Braccia, esclusi, perseguitati. Figli di un dio minore come quei poveri raccoglitori di arance. Costretti a migrare da un sud a un sud del nord: per mete casuali alla ricerca del pane. «Essi sempre umili, essi sempre deboli, essi sempre timidi, essi sempre infimi, essi sempre colpevoli, essi sempre sudditi, essi sempre piccoli», per l’anima di Pasolini.

La tragica vicenda di Firenze non nasce dalla xenofobia di gruppi politici minoritari. A inculcare la paura dello straniero e della diversità ci ha pensato da tempo la Lega. Con l’odio razziale e la propaganda d'una falsa tradizione celtico-cristiana del «popolo padano», dimentica dell’ecumenismo evangelico. E a veicolarne violenza e distorsioni hanno provveduto, per scopi elettorali, i media del Cavaliere, ex riferimento politico della Chiesa.

Di là da imputazioni e condanne, la strage di Firenze ripropone, in tutta la sua gravità e urgenza, il problema dell’integrazione. Che non può più essere escluso dall’agenda politica col pretesto dello spread.Emiliano Morrone
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Cheikh Tidiane Gaye

BASTA RAZZISMO!!!

Oggi ho partecipato
alla manifestazione
di contestazione a Milano
davanti alla Prefettura.


Una presenza notevole di cittadini di ogni provenienza ha chiesto la chiusura della Casapound di Firenze e di tutti i luoghi fascisti. Mi unisco al dolore delle famiglie, degli amici e della comunità senegalese per la perdita di Modou Samb (40 anni), Mor Diop (54anni) e il ferimento di Mous...tapha Dieng (34), Sougou Mor (32) e Mbenghe Cheikh (42). Queste persone sono state vittime di una politica di esclusione, razzista e xenofoba. L’ennesimo atto che dimostra la regressione culturale del nostro paese, l’Italia, sul tema della multiculturalità, dell’intercultura e dell’integrazione. La ferita è profonda, la piaga, dopo sei secoli vissuti tra schiavitù e colonialismo, non si è ancora cicatrizzata. Le vittime sono persone con proprie storie ,che provengono da una civiltà dell’accoglienza secolare. In una società civile anche i cani hanno una loro dignità. I negri sono orgogliosi di essere NEGRI.
Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto mandandomi messaggi solidali.

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LA PROTESTASenegalesi per Firenze in corteo all'Esquilino
Tensioni vicino alla sede di Casa PoundLa manifestazione spontanea di un centinaio di persone ha raggiunto piazza Vittorio per esprimere la loro solidarietà ai connazionali uccisi da un estremista di destra
Il corteo dei senegalesi in piazza Vittorio
Corteo spontaneo di un centinaio di senegalesi contro gli agguati di ieri a Firenze. Un centinaio di manifestanti hanno attraversato l'Esquilino, il quartiere multietnico della capitale, per esprimere la loro solidarietà ai connazionali uccisi da un estremista di destra.

La situazione inizialmente era tranquilla. Poi è bastata la reazione di un ragazzo bloccato nel traffico ("Dovete togliervi, qui c'è gente che lavora") per accendere qualche scintilla in via di Porta Maggiore, all'incrocio con viale Manzoni. Alcuni manifestanti hanno tentato di raggiungere il giovane ma sono stati bloccati da altri stranieri e dagli agente in borghese che hanno evitato il contatto. Ma per tutto il corteo la tensione è rimasta alta. All'angolo con via Napoleone III, nei pressi della sede romana di Casapound presidiata da agenti e camionette della polizia, a quanto si apprende, un gruppo di militanti dei centri sociali ha tentato di raggiungere la sede del movimento di destra lanciando petardi e qualche oggetto contro lo schieramento delle forze dell'ordine che poco dopo li ha dispersi sparando alcuni lacrimogeni verso un gruppo di giovani vestiti di nero e a volto coperto che stavano manifestando urlando slogan come 'Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero'.

IL CORTEO DEI SENEGALESI ALL'ESQUILINO

Nel
pomeriggio, i senegalesi sono partiti da piazza Porta Maggiore e hanno attraversato viale Manzoni. In alcuni punti hanno bloccato il traffico, scendendo dai marciapiedi e bloccando così la circolazione. Il corteo si è poi fermato in piazza Vittorio: qui i manifestanti sono arrivati davanti all'ingresso della metro, dal lato di via Ricasoli, chiuso al traffico. Gli altri hanno occupato la strada urlando frasi nella loro lingua. Con le mani alzate e incrociate per rappresentare le manette sono ripartiti da piazza Vittorio per sfilare in corteo lungo via Principe Eugenio. Hanno intonato cori "Basta razzismo" e hanno occupato di nuovo la carreggiata. "Ci alziamo per la rabbia, per la solidarietà con i nostri fratelli e connazionali, perché quello che è successo a Firenze poteva succede a chiunque di noi. Viviamo tutti in condizioni difficili - ha spiegato Malik - molti di noi sono senza lavoro e senza documenti, rimaniamo qui per vent'anni senza poter tornare nel nostro Paese a trovare i nostri parenti. E poi ci ammazzano pure". Un comizio in lingua wolof ha bloccato via Principe Eugenio e via Napoleone III, ai lati una pattuglia della polizia e municipale hanno monitorato la manifestazione che si è diretta verso Santa Croce in Gerusalemme.

I disordini in piazza Vittorio hanno provocato una serie di rallentamenti al traffico. Deviate diverse linee bus e bloccati i tram 5 e 14. Fermo il trenino Centocelle-Giardinetti, anche per un incidente: una persona ha attraversato i binari in un punto vietato, è stato urtato dal treno ma il tranviere è riuscito a frenare in tempo. E' rimasto illeso.

"Questo è solo l'inizio - hanno detto i senegalesi arrivati al Pigneto - domani proveremo a fare una conferenza stampa in Campidoglio e consegneremo una lettera al sindaco con le nostre richieste: giustizia e più considerazione perché dopo l'agguato di ieri a Firenze anche nella capitale bisogna ribadire che il colore della pelle non ha importanza. L'immigrazione esiste ovunque - ha ricordato Malik - molti di noi sono integrati, lavorano e pagano le tasse. Dateci la possibilità di farlo".
(14 dicembre 2011) © Riproduzione riservata


mercoledì 21 settembre 2011

la fuga dalla polizia...............

Per il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, non ci sono dubbi:

« Chiediamo alle forze dell'ordine che intervengano immediatamente.
Non è possibile che le forze dell'ordine presenti, in modo supino, accettino un atteggiamento di prepotenza da parte di questi delinquenti, e pertanto bisogna caricare affinché lo Stato dimostri che anche Lampedusa è Italia! »

Intanto, mentre lo dice, scorrono le immagini della polizia che manganella gli extracomunitari. Molti saltano giù da un'altezza di diversi metri.
Qualcuno si fa male.
E meno male che le forze dell'ordine presenti "accettavano in modo supino": se niente niente si fossero tirate un pochino su, sarebbe stata una strage!
Poi, Bernardino sbotta anche con Napolitano: "che si smuova anche il culo il Presidente Napolitano, con tutto il dovuto rispetto... e venga a Lampedusa!".

L'Art. 278 del TITOLO I, CAPO II del codice penale, "Offesa all’onore o al prestigio del Presidente della Repubblica", recita così:
« Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni. Articolo cosi’ modificato dalla L. 11 novembre 1947, n. 1317. »

Ma non c'era la procedibilità d'ufficio? O vale solo per Maurizio Belpietro?
Del resto, se la legge fosse uguale per tutti, l'articolo 272 "Propaganda ed apologia sovversiva o antinazionale" avrebbe già frenato i turgori padani di Bossi da un bel pezzo:
« Chiunque nel territorio dello Stato fa propaganda per la instaurazione violenta della dittatura di una classe sociale sulle altre, o per la soppressione violenta di una classe sociale o, comunque, per il sovvertimento violento degli ordinamenti economici o sociali costituiti nello Stato, ovvero fa propaganda per la distruzione di ogni ordinamento politico e giuridico della società, è punito con la reclusione da uno a cinque anni (c.p.302-312, 363).

Se la propaganda è fatta per distruggere o deprimere il sentimento nazionale, la pena è della reclusione da sei mesi a due anni. »
Due anni per il dito medio, due anni per la bandiera bruciata, due anni per ogni volta che ha invocato la secessione e se l'è presa con i "teroni", in un paese normale altro che il rito dell'ampolla! Il leader del Carroccio avrebbe celebrato il rito del pitale, in cella.







giovedì 1 settembre 2011


Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani
e stranieri allora vi diro' che, nel vostro senso, io
non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo
in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e
oppressori dall'altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri
- Don Lorenzo Milani

.pubblicata da O Tosco che per la città del foco
giovedì 1 settembre 2011 alle ore 23.43.




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martedì 30 agosto 2011

litania dei migranti

i barconi sono pieni nelle stive
di sterpaglia umana accantonata
nessun respiro rialita il compagno
della compagna si e' perso anche il suono
vibra ancora il ventre della nave
con i corpi arrotolati nel giornale
in sequenza uno dietro l'altro
ad aspettare che si apra una finestra
sono tinti di sudore e di sporcizia
addormentati rigidi sul molo
la frescura della notte li accompagna
refrigerio ultimo regalo
e' un risveglio tra le sabbie del deserto
senza nome nelle fosse accanto al mare

pino de stasio

( per i venticinque migranti morti nella stiva di una barcone senza nome )

pubblicata da Pino De Stasio
lunedì 1 agosto 2011 alle ore 17.48

lunedì 1 agosto 2011


L'EMERGENZA
Africa-Lampedusa, la morte in sala macchine
I profughi somali premono alle porte dei campi
Ai cancelli di Dadaab, il campo profughi più grande del mondo in Kenia, ci sono 16 mila persone che non riescono ad entrare per il sovraffollamento. L'inchiesta della magistratura italiana sulla morte dei 25 africani trovati morti nel barcone stracarico di rifugiati a largo di Lampedusa. Laura Boldrini, dell'Unhcr: "Che l'inchiesta accerti subito la verità"
di CARLO CIAVONI

ROMA - A Lampedusa il grido di aiuto che arriva della Somalia, dal Corno d'Africa e dai paesi subsahariani si è spento stanotte per un attimo di fronte all'orrore della scoperta di 25 cadaveri di giovani morti asfissiati per essere stati costretti, a botte e bastonate, nella sala macchine di un barcone stracarico con 300 persone disperate, compresi anche molti bambini di pochi mesi. "Gridavano per uscire dalla botola - hanno raccontato alcuni appena salvi - ma venivano ributtati giù. Chiedevano aiuto perché non avevano ossigeno. Uno di loro è riuscito a uscire ma alcuni uomini lo hanno preso e lo hanno gettato in mare. E' annegato".

Bambini di pochi mesi. Tareke Brhane, mediatore culturale di Save the Children 1 nell'isola siciliana racconta della scorsa nottata e di quel barcone, partito dalla Libia con un carico umano di gente in fuga dalla guerra o dalla carestia. E parla di quei bambini molto piccoli che hanno affrontato il mare e rischiato che quello fosse per loro il primo e ultimo viaggio. "Pochi mesi hanno questi piccoli africani che abbiamo visto. Anche le donne erano molte e molti i nuclei familiari. Dai primi colloqui - ha detto Brhane - abbiamo avuto la consapevolezza della durezza della prova scioccante che avevano appena superato, soprattutto perché tra i morti c'erano amici e conoscenti".

Il diritto alle esequie. L'emergenza del momento, ma forse anche le lunghe procedure dell'identificazione, hanno impedito, almeno per ora, ai parenti delle vittime persino di dare l'ultimo saluto ai loro cari. Un diritto alle esequie negato, insomma, un po' dalla comprensibile concitazione del momento, ma anche da altre ragioni poco comprensibili. Laura Boldrini, portavoce dell'Unhcr 2, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: "E' necessario che le indagini appena iniziate facciano sapere subito cosa è davvero accaduto a bordo di quella barca. Dalle prime ricostruzioni - ha aggiunto - sembra che durante il viaggio ci siano state molte tensioni, dovute ad un sovraffollamento inverosimile, che conferma una volta di più come le persone che ruotano attorno al business dei viaggi sulla rotta Africa-Europa non abbiano scrupoli nel imporre condizioni di vita infernali durante il trasferimento in mare".

MSF sull'isola. "La situazione si è rivelata particolarmente drammatica: mentre le motovedette portavano in salvo i primi migranti, ha cominciato a diffondersi la notizia che sull'imbarcazione erano stati trovati alcuni morti", dichiara Andrea Ciocca, coordinatore del progetto di Medici Senza Frontiere 3 a Lampedusa, che ha assistito allo sbarco di stanotte "Molti dei 271 migranti (213 uomini, 21 donne e 34 bambini) soccorsi sull'isola sono ancora sotto shock, disidratati e provati da un viaggio di circa due giorni in condizioni estreme, senza cibo e con pochissima acqua". A Lampedusa, MSF è presente con un team di medici, infermieri e mediatori culturali. Contribuisce alla prima assistenza dei pazienti al molo e ne segue poi le condizioni mediche all'interno dei centri dell'isola. Tra febbraio e luglio, MSF ha assistito quasi 19mila persone fuggite dalla Libia. Le attività di MSF a Lampedusa sono finanziate da donatori privati e l'organizzazione non riceve fondi istituzionali da parte del Governo italiano.

Fuga dalle bombe in Libia. Sulla barca avevano preso posto anche una decina di adolescenti non accompagnati, con i quali ora sono in corso i colloqui necessari per conoscerne la storia e stabilire il loro immediato futuro. "Adesso è necessario che riposino - ha aggiunto il mediatore di Save the Children - e avere un minimo di ristoro dopo un viaggio terribile, durante il quale hanno visto la morte e dopo essersi lasciati alle spalle un paese in guerra. Alcuni di loro ci hanno raccontato che i bombardamenti rendono sempre più difficile rimanere in Libia, ma anche partire e raggiungere i porti".

Kenia, a Dadaad non si riesce ad entrare . Ai cancelli del campo profughi di Dadaab, in Kenia, una massa umana scampata alla carestia non riesce ad entrare per i ritardi nella registrazione. Così vivono all'aperto nella sterpaglia o in ripari di fortuna. E' quanto denuncia Save the Children. Secondo l'organizzazione, il numero dei rifugiati in fuga dalla Somalia è cosi alto da rendere ancor più complicato il lavoro di identificazione. Il problema nasce dalla carenza di personale, che il governo keniano - al momento - non sembra in grado di fornire. "Tutti i bambini che fuggono la fame e la guerra in Somalia - ha affermato il capo di Save the Children in Kenya, Prasant Naik - arrivano esausti. Dobbiamo fare di più per loro invece di costringerli a vivere tra le erbacce". Il campo profughi di Dabaad è il più grande del mondo. Costruito per una capacità di 90mila persone ne ospita oltre 400mila in maggioranza somali.

Il ponte aereo prosegue. Intanto, un nuovo volo del Programma Alimentare Mondiale (Pam 4) con 10 tonnellate di aiuti alimentari è arrivato oggi a Mogadiscio, mentre l'Unicef 5 ha avviato una campagna di vaccinazione contro la poliomielite e il morbillo nel campo profughi Dadaab, in Kenya. Si contano ormai a milioni - ed è persino difficile quantificarli esattamente - le persone colpite da carestia e siccità nell'intera area del Corno d'Africa, che hanno immediato bisogno di tutto, un'emergenza alla quale Le organizzazioni umanitarie cercano di dare risposte. Il volo del Pam è arrivato oggi nella capitale somala con tonnellate di prodotti per bambini malnutriti. L'agenzia Onu sta anche cercando di accelerare le procedure per distribuire gli aiuti alimentari a Dollow, nel sud del paese, vicino alla frontiera con il kenya, la stessa controllata dalle milizie di Al Shabaab e dove più inesorabile è la carestia. "Un aereo è arrivato oggi, il sesto dall'inizio del ponte aereo, cominciato mercoledì - ha detto alla un portavoce del Pam, David Orr, a Mogadiscio - il ponte aereo è in corso e andrà avanti. Con il carico odierno siamo a 80 tonnellate di aiuti alimentari arrivati nella capitale somala per i bambini malnutriti".

Dove è impossibile allestire luoghi per rifugiati. Dalla comunità somala in Italia è stato chiesto più volte perché i campi di accoglienza per chi fugge dal loro paese siano stati allestiti in Etiopia e Kenia e non all'interno dei confini del loro Paese. La risposta che viene fornita da Laura Boldrini a questo proposito è che "Sarebbe giusto e logico che i luoghi per i rifugiati restassero nei confini della Somalia, ma al momento non esistono le condizioni di sicurezza dove sarebbe utile allestirli".

Mortalità come nel 1992. Intanto si appresnde che Il tasso di mortalità e il livello di malnutrizione in Somalia sono comparabili con quelli del 1992, quando morirono circa 250 mila persone". E' quanto si legge nel primo rapporto sulla situazione della carestia in Somalia, di Caritas Somalia 6. "La già grave siccità è stata resa tragica dal conflitto interno e dall'assenza di uno Stato credibile. E' una situazione gravissima anche perché le associazioni cattoliche non hanno accesso in gran parte dei territori, ma questa mattina abbiamo allacciato alcuni rapporti con alcune Ong mussulmane". E' quanto ha detto il presidente di Caritas Somalia, mons. Giorgio Bertin. "Un quarto della popolazione della Somalia è sfollato - riferisce il rapporto - e percorrono grandi distanze a piedi, a dorso di mulo o impiegando i loro ultimi risparmi per ottenere un passaggio su camion sovraffollati".

La Francia aumenta gli aiuti. La Francia ha deciso di portare da 10 a 30 milioni di euro i suoi aiuti per l'emergenza carestia nel Corno d'Africa. Lo ha reso noto oggi la portavoce del governo, Valerie Pecresse, ricordando che Parigi aveva già raddoppiato il suo contributo lo scorso luglio per i Paesi africani colpiti dalla crisi alimentare e sottolineando la volontà della Francia di impegnarsi di più. La decisione di triplicare gli aiuti per il Corno d'Africa è stata annunciata stamani dal presidente francese Nicolas Sarkozy durante il Consiglio dei ministri.



(01 agosto 2011) © Riproduzione riservata


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L’Italia li rinchiude un anno e mezzo nei Cie

Scritto da Redazione | Diritto di critica
il 20 giugno 2011 in Politica / Società

Scritto per noi da Andrea Onori

I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) tornano a far parlare di sé. Nonostante da quel lontano 8 Agosto del 2009 (entrata in vigore del “pacchetto sicurezza”) non abbiano mai smesso di agitarsi. Sono due anni che ogni giorno proteste, scioperi, gesti di autolesionismo, rivolte, incendi e fughe divampano nel bel mezzo dell’indifferenza più assordante.

Venerdì scorso, l’ennesimo episodio di tensione all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria (Roma). Alcuni migranti rinchiusi all’interno della struttura, hanno incendiato le stanze servendosi dei suppellettili e materassi. La protesta è partita dal settore maschile. Dopo un scontro frontale con le forze dell’ordine, il risultato è di qualche ferito tra i migranti e ingenti danni registrati alla struttura.

Il detonatore che avrebbe fatto scoppiare la rivolta sarebbe lo stesso motivo di due anni fa, quando Maroni varò il “pacchetto sicurezza” allungando la permanenza nei Cie da 60 a 180 giorni. Ora, un migrante potrebbe restare trattenuto addirittura fino a 18 mesi.“Con l’aumento dei tempi di permanenza nei CIE si compie il passo definitivo per trasformare strutture, inizialmente pensate per una permanenza massima di 60 giorni, in luoghi in cui cittadini stranieri, pur non avendo commesso alcun reato, nemmeno quello di clandestinità, così come sancito dall’Unione Europea, sono costretti per un anno e mezzo a vivere in carceri lager» dichiara il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni.

Il Garante si dice indignato e addolorato per come il governo sta affrontando il problema delle politiche migratorie “In questa decisione del Governo, fortemente criticata anche dal mondo cattolico e dal volontariato, non si tiene in considerazione in primo luogo la sofferenza e la dignità di migliaia di persone disperate, a cui nonostante la sensibilità e l’attenzione delle forze dell’ordine e degli operatori che gestiscono i Centri, oggettivamente non è possibile garantire i diritti fondamentali”. Angiolo Marrioni ci conferma che le condizioni di vita all’interno dei centri sono inverosimili e ora, con i tempi che diventeranno più lunghi, la situazione potrà solo peggiorare o addirittura esplodere. “Non è questa un’operazione degna di un Paese civile come il nostro - continua il garante - trasformare dei disperati in detenuti senza diritti, senza assistenza e senza garanzie”.

Per il monsignor Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes allungare i tempi di trattenimento dei Cie, “che non sono un luogo dove le persone vengono tutelate, significa esasperare maggiormente la situazione. Sappiamo che i Centri di Identificazione ed Espulsione sono un luogo di grande conflittualità, di violenza, di autolesionismo, perchè la persona non è tutelata”.

Cosa sono i Cie
Celle, filo spinato, vigilanze, forze dell’ordine, abbandono, sporcizia, freddo estremo d’inverno e troppo caldo d’estate. E poi ancora: violenza fisica e morale, autolesionismo, fughe e indifferenza. E’ questo ciò che troviamo dentro quei recinti per esseri umani.
Il 23 maggio del 2008 il Ministro Maroni cambiò nome a queste strutture nonostante il suo fine sia stato sempre lo stesso. In precedenza usava la parola “permanenza” (Centro Permanenza Temporanea), quasi a significare che fosse un soggiorno. Come se i migranti accolti nelle celle avessero un trattamento privilegiato. Invece, oggi ci troviamo davanti ad un progetto diretto di “identificazione ed espulsione” (CIE). Comunque si vogliano chiamare queste strutture, non sono altro che luoghi di detenzione adibiti per immigrati senza permesso di soggiorno. Sono veri e propri centri di reclusione dove gli “irregolari” vengono ammassati per lunghi mesi. Una sospensione della vita.

Nei Cie è praticamente negato l’accesso alle organizzazioni non governative e a tutti gli enti di tutela, a eccezione dell’UNHCR e della Caritas che sono comunque tenuti a presentare formale richiesta di autorizzazione. Anche giornalisti e parlamentari hanno spesso visto chiudersi la porta in faccia. Soprattutto in questi ultimi mesi, quando con una circolare silenziosa lanciata nel mese di aprile, si vietava alla stampa l’ingresso nei Cie e nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Il pretesto per varare in poco tempo questa direttiva è lo stato di emergenza per gli sbarchi.

Amnesty International nel suo rapporto annuale del 2010, denunciava che “troppe volte i detenuti sono sistemati in container (come succede permanentemente a Torino) e in altri tipi di alloggi inadeguati a un soggiorno prolungato, esposti a temperature estreme, in condizioni di sovraffollamento. Alcuni centri hanno uno spazio aperto troppo ristretto, quando non manca del tutto”. Un altro comunicato di Amnesty parlava di condizioni igieniche carenti, cibo scadente e soprattutto di mancate forniture di vestiti puliti, biancheria, lenzuola.

Esprimono preoccupazione anche Medici Senza frontiere che chiedono “la chiusura di due centri dove abbiamo riscontrato condizioni di detenzione intollerabili”. Si tratta dei centri siciliani di Kinisia e Palazzo San Gervasio. “Le persone dormono dentro tende e i servizi medici sono insufficienti - dice l’associazione - A Kinisia manca l’elettricità e l’accesso all’acqua è saltuario”. In due precedenti rapporti (2004-2010), Medici Senza frontiere, aveva denunciato le “conseguenze disastrose” sulla salute fisica e mentale delle condizioni di detenzione dei Cie di tutta l’Italia.